29.10.07

Senza "se" e senza "ma però non si dice"

Del periodo trascorso all'università (che si pone in un momento imprecisato tra l'estinzione dei dinosauri e i fatti dell'11 settembre) ricordo ancora con inalterata estasi l'epifania costituita dalla prima lezione di storia della lingua italiana, tenuta da Luca Serianni all'università La Sapienza di Roma. Una specie di linea d’ombra in sedicesimo, che divideva l’età bambina del “su qui e qua l’accento non va” dalla maturità della “lingua”, quel golem impazzito che solo un illuso può pensare di domare con le norme e le prescrizioni. E da allora ho giurato alla me stessa (quasi)filologa che l’unica grammatica prescrittiva che avrei consultato sarebbe stata l'Appendix Probi (umorismo da accademia, non c'è niente da vedere, circolare, circolare).

Visto che da quelle lezioni è passata più o meno una glaciazione, il 90% delle cose studiate allora le ho beatamente scordate, ma è ancora vivido in me il ricordo della consapevolezza acquisita che nella lingua non esistono errori, solo deviazioni (sì, ok, per carità... mettetemi una bozza bisognosa di revisione davanti e salivo come il cane di Pavlov, ma per me è come fare gli scarabocchi sul pezzo di carta quando parli al telefono).

Con quella stessa consapevolezza mi sono messa a lavorare con le parole, mie e altrui. E qui mi è capitato spesso di scontrarmi con la sindrome del “lo diceva la maestra Teresa”. Chi ne è colpito, solitamente, ti corregge “sé stesso”, meravigliandosi del fatto che tu possa aver studiato lettere e non sapere che il pronome riflessivo si accenta solo quando è in solitaria. Poi non fa niente se scrivi “sè”, l’importante è che l’onore della maestra Teresa sia salvo. Provare a ragionare con i soggetti in questione è inutile: sordi a qualsiasi tipo di spiegazione, aggrappati come le cozze alle cantilene imparate in seconda elementare, per loro la sparizione di quell’accento è materia di fede come la transustanziazione. Non ci sono, non possono esserci spiegazioni logiche che dimostrino il contrario. Una volta, di fronte a una reazione particolarmente aggressiva, ho giocato il briscolone: “E allora sai che c’è? Ma però non è un errore, solo una ridondanza”. Quella persona chiaramente non mi parla più, e credo che la maestra Teresa si stia mettendo d’accordo con quelli che fanno i lavoretti col polonio per togliere di mezzo me e le mie scomode rivelazioni.

Però siccome la luce della verità non può essere fermata né dagli accenti che spariscono, né dagli scagnozzi della simpatica signora, oggi alla mia voce si unisce quella di Stefano Bartezzaghi (grazie a Maurizio Codogno per la segnalazione), che, alle prese col suo personale allievo della maestra Teresa, lancia su Repubblica.it l'offensiva finale contro il peloso distinguo. Nel nome del sempre preclaro Serianni. Perché, come ci insegna la saggezza orientale, per crescere bisogna uccidere il maestro. Cominciando da quello elementare.

3 commenti:

.mau. ha detto...

vorrei aggiungere un punto da matematico qual sono.
Serianni non fa grammatica normativa, è chiaro, ma non la fa nemmeno descrittiva; le regole ci sono, ma hanno un motivo dietro (più o meno come il galateo :-) ).
L'alunno della maestra Teresa è così attaccato alle sue regolette imparate a memoria perché lui ha bisogno di certezze, certezze che non hanno bisogno di alcun fondamento se non quello dell'Autorità. E come sai, i fondamentalisti sono sempre le persone più difficili con cui avere a che fare - "confrontarsi" è impossibile a priori.
(Ah, la maestra Teresa probabilmente avrà anche detto che una frase non si può iniziare con "E").

p.s.: ma ti funziona ancora l'indirizzo @despammed?

Paola ha detto...

Ottimo punto. E ti dirò di più: amo Serianni proprio per questo, perché mette in stretta connessione norma e uso, nella consapevolezza che quello che la grammatica può fare è lavorare con una serie di istantanee del golem, sia che gli intenti siano normativi sia che siano descrittivi.

Il mio post voleva solo essere il racconto della mia esperienza con Serianni e di quella che adesso è la mia personale visione sulla faccenda. Faccio (anche) l'editor, e non posso che credere nella condivisione di "linee guida". Solo che un tempo lavoravo nell'editoria, felicemente circondata da persone che avevano superato la fase "maestra Teresa" e ben coscienti di avere a che fare con "convenzioni". Quell'epoca d'oro è chiaramente passata, è arrivato Internet-siamo-tutti-editori, e qualunque cliente o committente si sente in dovere di farmi le pulci in base ai ricordi delle elementari. Non ci sono credenziali accademiche che tengano e quando si tratta del tuo lavoro può diventare una roba frustrante.

(sai che mica lo so se il forwarding da despammed funziona ancora? Al prossimo commento metto direttamente l'indirizzo...)

giorgia ha detto...

Io sono sempre dell'idea che le regolette imparate alle elementari siano le fondamenta imprescindibili su cui poi costruire (anvedi come so' architettonica) l'Italiano Adulto.
Il problema è che troppo spesso m'accorgo della presenza di gente in giro, gente anche con la laurea, gente che magari insegna pure, che non ha nemmeno quelle fondamenta grammaticali spicce lì (volano i "pò" scritti così, e a me viene l'orticaria... o i "perchè" con l'accento grave anziché acuto, ed idem come sopra...), e allora mi chiedo: sul nulla che te costruisci?

p.s.: la mia maèèèshtra si chiamava Teresa persulsèrio... ;)